Wednesday, October 18, 2006
Per una storia dell'emigrazione italiana nel mondo
Difficile solo immaginarla la storia dei 60 milioni di italiani nel mondo. Più probabile recuperare ricordi, testimonianze, bagliori di un esodo durato oltre un secolo e mezzo; un esodo non lineare, frastagliato e con tante terre promesse che lampeggiavano di fronte agli occhi spalancati verso un avvenire.
Più che di una storia, si tratta allora di tante differenti storie, personali e collettive la cui casistica è così vasta e contraddittoria come quella di ogni popolo; e in questo caso si tratta di un popolo in movimento, così che ad ogni passo, si tratterebbe di capire quali e quante variabili ne configurano la soggettività (se c’è) e quante forme identitarie asso assume, via via che viene integrato, o assimilato, o rifiutato o tutte e tre le cose insieme.
Quindi è d’obbligo procedere rapsodicamente, tra i tanti vuoti della memoria collettiva (e di chi scrive), senza velleità euristiche, ma solo con l’ambizione di accendere un lucetta, come quella che poteva vedere di lontano il viaggiatore che risaliva a piedi la valle del Sinos oltre nuova Hamburgo, nell’entroterra del Rio Grande do Sul in una notte piovosa del 1880, alla ricerca dei parenti di madre che lo avevano preceduto 5 anni prima da Schio, vicino Vicenza.
Ma in quella casa su una strada sperduta nell’estremo sud del Brasile, alla ricerca di informazioni sulla direzione da seguire per raggiungere Nuova Vicenza (ora Caxias), non parlavano né italiano, né portoghese o portignol, ma tedesco della Slesia.
Perché il popolo migrante non è fatto solo di italiani, ma prima ancora di tedeschi e gallesi, svizzeri e irlandesi, galleghi, baschi e bretoni, scandinavi e polacchi, insomma da una congerie di genti che sono l’intera Europa sovrappopolata e contadina, misera e scarsamente alfabetizzata, come e più delle schiere di migranti che abitualmente osserviamo arrivare sulle coste dai nostri divani televisivi.
Di italiani ne partirono 28 milioni; ben oltre la metà della popolazione totale. Molti per ritornare (prima o dopo) molti altri, i più, per restare nei luoghi di arrivo, o per continuare a migrare, come quelli che, partiti dal Rio Grande alla fine dell’ottocento, hanno risalito gli stati brasiliani di Santa Catarina, Paranà, San Paolo, Mato Grosso do Sul, Mato Grosso, Rondonia, Acre e si trovano ora, dopo oltre cento anni alle propaggini meridionali dell’Amazzonia, alla ricerca di nuove terre da coltivare o da strappare ai grandi latifondisti che l’hanno rubata falsificando i documenti catastali, oppure uccidendo i precedenti possessori.
A conferma che non tutti (anzi pochissimi hanno fatto successo), troviamo tra questi senza terra, milioni di discendenti di italiani; e a conferma che non tutti gli italiani sono pii e coscienziosi, ne troviamo parecchi nel ruolo di latifondisti o sfruttatori di manodopera patria e indigena.
Questo ci invita a ragionare fuori dei miti o delle iconografie ufficiali relativamente ai migranti italiani, e a rinverdire qualche approccio dimenticato che invitava a distinguere dentro una nazionalità classi e stati sociali, aspirazioni ed ispirazioni diverse, interessi spesso opposti.
Cosa avevano in comune oltre al fatto di essere discendenti di italiani, il Generale Lambruschini o Viola, (della Giunta militare che governò l’Argentina nella più recente delle dittature di quel paese) e gli oltre 10.000 desaparecidos di origine italiana di cui si è persa ogni traccia e che solo la caparbietà delle madri di Plaza de Majo (tra cui Estela Carlotto e Ebe de Bonafini) hanno recuperato e imposto alla nostra memoria ?
O, per richiamare fatti più recenti, che differenza passa tra il Sig. Cavallo, di ascendenza piemontese, Ministro dell’economia dell’Argentina sotto il Governo del default, puntuale esecutore delle politiche del FMI e rappresentante dell’oligarchia speculativa e sfaccendata di quel paese, con i milioni di discendenti di piemontesi operosi a cui la crisi ha sottratto tutti i pochi risparmi di una vita ?
O tra gli esiliati italiani dell’Uruguay e il loro torturatore Dan Mitrione, che veniva da New York a Montevideo per addestrare le milizie paramilitari, anche lui, certo, italiano, di origine siciliana ?
O tra i vari Sacco e Vanzetti e la schiera di padrini nord americani a partire da Al Capone?
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La storia dei migranti italiani è una storia di lavoro:
In Brasile gli italiani sostituiscono gli schiavi afroameircani nella coltivazione del caffè. In Australia, con l’introduzione della canna da zucchero, e in mancanza congenita di schiavi, gli italiani risultano indispensabili. In Francia tagliano i boschi sui Pirenei, e se vogliono cambiare lavoro, devono aspettare 10 anni (lo impone la pianificazione in agricoltura). Negli Stati Uniti fanno di tutto. Nell’Europa del nord servono soprattutto nelle miniere e nella grande industria.
A Colonia si racconta anche che nei piloni in calcestruzzo dei grandi ponti sul Reno siano rimasti intrappolati molti giovani manovali e carpentieri italiani, caduti giù, o gettativi, a costituire parte integrante ed eterna dell’opera di ricostruzione della Grande Germania.
Fatti più noti sono le tragedia di Marcinelle, in Belgio, e di altre miniere nordeuropee nel dopoguerra dove ne sono morti centinaia. A Monongah, (etimologicamente “terra dei lupi”) nel West Virginia, cinquanta anni prima ne erano morti quattrocento.
In centinaia o a migliaia, periti a causa delle lavorazioni più pesanti e rischiose della grande industria metallurgica e metalmeccanica, nelle fonderie o nei reparti verniciatura, o nell’industria chimica, in Nord America come in Nord Europa.
A San Paolo del Brasile, un monumento di artista italiano proclama fama imperitura ai costruttori italiani della grande città. Analoghe lapidi e steli commemorative si rinvengono a Buenos Aires o a Montevideo.
Solo più recentemente, in Germania e in Svizzera, mostre documentarie e piazze vengono intitolate all’emigrazione italiana che grande apporto ha fornito al loro grande sviluppo industriale.
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Ma oltre all’epica, possiamo interessarci anche della cronaca: a Gevelsberg, sulle colline tra Colonia ed Hagen, nella Ruhr, si ricorda ancora il massacro nella neve di 5 tedeschi accoltellati da un emigrato sardo all’uscita da un bar, dopo che lo stesso era stato da loro malmenato a sangue per essersi fidanzato con una giovane locale.
O dei fatti di costume…
A Francoforte i giovani meridionali toccavano il posteriore alle ragazze tedesche in minigonna che ondeggiavano sulle scale mobili dei grandi magazzini, partendo dall’assunto che mostrare le gambe era un segnale di disponibilità.
Ma anche fatti che potrebbero costituire trama interessante per film di avventura:
Nel deserto australiano, gli italiani furono accolti nei campi di concentramento utilizzati qualche anno prima per i prigionieri della 2 guerra mondiale. Di giorno potevano uscire per lavorare, ma ad una certa ora dovevano assolutamente rientrare nel campo, pena l’arresto o l’espulsione.
A Bonogilla, (400 chilometri a nordovest di Sydney) nel ’52, durò diversi mesi questa situazione, poi tre italiani, presi dalla disperazione, si impiccarono; italiani, greci e portoghesi incendiarono il campo; giunsero polizie e milizie varie, arrestarono, espulsero, ma da quel momento il governo australiano comprese che forse era più opportuno introdurre norme diverse per l’inserimento e l’integrazione dei migranti.
In quel posto tra gli organizzatori della sommossa c’era un imbianchino calabrese, Giovanni Sgrò, che poi diventerà il primo –ed unico ad oggi- vicepresidente straniero del Parlamento dello Stato del Victoria, la cui capitale è Melbourne, abitata da mezzo milione di italiani.
Ma c’erano anche altri giovani, che nella fuga si dispersero nel deserto: furono accolti da tribù aborigene, si abituarono a vivere con loro, sposarono le loro donne, e probabilmente, alcuni vivono ancora da quelle parti, lungo le vie dei canti, di cui ci parla Chatwin.
Dieci anni più tardi, 1962, agli antipodi di questo mondo, un altro luogo viene messo a ferro e fuoco dagli emigrati italiani: Wolfsburg, città dei lupi, ma anche città della Volkswagen costruita dagli italiani durante il decennio nazionalsocialista. Qui gli italiani che assemblavano il “maggiolino” nella città-fabbrica, finito il lavoro rientravano nei campi di concentramento operai, vigilati notte e giorno da guardiani con annesso cane pastore, non raramente ex appartenenti alle SS; dormivano in baracche di legno, dieci per stanza e l’unico diversivo settimanale era, come per i detenuti, l’ingresso scadenzato di prostitute, contrattato e pattuito con i guardiani nel campo. Quando, una notte, un giovane italiano morì senza alcuna assistenza, scoppiò la rivolta. Bruciati i dormitori, poi le automobili lungo il percorso che portava alla fabbrica, poi la fabbrica, poi la città. E’ un fatto poco noto, perché le diverse ragion di stato (compresa quella sindacale autoctona) avevano da guadagnare dal silenzio, sia in Germania che in Italia.
Ad Adelaide ho ascoltato un altro racconto interessante di questo genere fantastico: l’uomo che raccontava era calabrese; emigrato negli anni 50 in Argentina, alla ricerca del padre e dello zio che lo avevano lasciato da bambino, prima della guerra e mai tornati: storia che si ripete in migliaia di casi.
Raggiunse il padre ma non lo riconobbe tanto era cambiato rispetto all’immagine che ne conservava: un amico glielo indicò e lo convinse che quell’uomo grasso e appesantito, con il volto segnato era il padre. Ma la storia più interessante riguarda lo zio, che non ebbe più ventura di incontrare; una sera in una osteria della Boca, un impiegato del Consolato raccontò a padre e figlio ricongiunti, il rapporto fattogli da un gruppo di toscani di ritorno da qualche zona sperduta della Patagonia alla ricerca di miniere d’oro: quel gruppo di toscani si era servito nel percorso di avvicinamento alla miniera (inesistente), di un gruppo di indios araucari, che abitano quelle latitudini a cavallo tra Cile ed Argentina; dopo diversi giorni, una sera, bivaccando intorno al fuoco, gli italiani, un po’ tesi per la poca attitudine relazionale degli indios e ormai convinti che li stessero volontariamente deviando dalla meta ambita, si confidarono ad alta voce che se tra due giorni non fossero arrivati al luogo convenuto, significava che dovevano aspettarsi un loro agguato e che quindi dovevano star pronti a farli fuori al primo segnale di ostilità…
Poco più lontano uno degli indios si voltò verso di loro e replicò: “se ci provate farete la fine dei topi”. Solo allora, guardando meglio, alla luce flebile del fuoco, riconobbero che la somatica dell’uomo non era propriamente esotica; fraternizzarono (era indispensabile) e seppero che era di orgini calabresi, catturato venti anni prima dagli indios e integratosi nella loro tribù, di cui era diventato valoroso capo.
Come accennato, il nipote aveva ascoltato il racconto a metà degli anni ’50 a Buenos Aires. Era rimasto lì con il padre fino ai primi anni ’60, poi, era tornato con la moglie dalle parti di Crotone, ma mancava il lavoro e dopo pochi mesi era ripartito questa volta verso Adelaide, in Australia, dove tuttora vive. Non era più tornato in Italia.
Meticciati e incroci di ogni tipo percorrono la teorie delle schiere di migranti italiani: non solo con anglo-sassoni, francesi o ispanici, ma anche con le tribù Guaranì nel sud del Brasile, con i Charrua nell’Uruguay, con l’elemento gaucho nel Chaco e nelle Pampas, con gli indios amazzonici e con gli afro-discendenti di Spartaco, nel nord caribico e nel nord-est brasiliano.
Nel freddissimo Canada dei Mohawks (Moicani), sono decine le testimonianze di chi si è perso nelle tormente mentre camminava, all’alba, per andare al lavoro anche dentro le città, con la neve che fa perdere l’orientamento e rende tutto un freddo sogno; saranno state centinaia le persone che non hanno potuto raccontarci il loro smarrimento anche interiore quando il corpo ripeteva “che ci sono venuto a fare qui ?”
Si può continuare, con le peripezie e i peripli di coloro che partivano per l’Inghilterra e si ritrovavano a loro insaputa, in altri continenti, di altri che non sono arrivati da nessuna parte perché le loro navi sono affondate o sono state affondate come durante le due guerre, di coloro che andavano e tornavano dall’Argentina per lavorare tre mesi (l’emigrazione “golondrina”) nella mietitura del grano e nei tre mesi di permanenza fondavano famiglie che poi dimenticavano; o di quelli che lasciavano la famiglia e ne fondavano altre dimenticando la prima, insomma, volendo, è possibile recuperare un notevole repertorio di eventi più o meno grandi, più o meno strabilianti o edificanti.
Più o meno come si può ricostruire una storia infinita della santità o dell’infamia, al modo di Borges, per tutti i popoli che resistono sul suolo natio, stanziali e aggrappati alle loro terre e città.
L’unica cosa che differisce in queste due possibili storie –di nomadi e di stanziali- è che i primi si muovono fisicamente e gli altri no. Quindi la letteratura sviluppa altre dimensioni, la vita si configura diversamente, la mente elabora altre paure e altre aperture.
E’ l’eterno dilemma dei coltivatori e dei cacciatori, vedono gli spazi in un modo diverso e il valore che danno alle cose, agli oggetti, alla terra, è differente.
Nessuno si senta svantaggiato o privilegiato: Per muoversi bisogna essere stati fermi, e per fermarsi bisogna essere stati prima in movimento.
E le stagioni della vita –e della storia- impongono dei corsi e dei ricorsi in tempi alterni: ciò riguarda le persone come le nazioni; o meglio, noi vediamo le cose in tempi limitati, se le potessimo osservare in tempi più medio-lunghi ci accorgeremmo di essere stati, di essere e di diventare sempre mutevoli, e questa identità in divenire ricorda il perenne ritorno o forse una lotteria universale nella quale in un tempo lungo ci spetta a tutti di vincere e di perdere almeno una volta.
rodolfo.ricci@email.it
P.S.: Per ragioni di brevità abbiamo tralasciato di accennare alle delizie e ai miracoli fatti dagli italiani emigrati nel corso di un secolo e mezzo in tanti paesi del mondo; che sono molti, almeno come le loro sventure. Attraverso il loro lavoro intere regioni sono state antropizzate, popoli e nazioni in difficoltà e a corto di braccia hanno potuto svilupparsi o risollevarsi. La geografia agricola e culinaria ne è stata drasticamente arricchita; la musica e il canto, la letteratura, le arti, ne sono state profondamente influenzate. Come accade da qualche decennio da noi, alle prese con le civiltà mediterranee, medio-orientali, asiatiche, africane e latino-americane.
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